Economia i soldi del calcio non sono italiani

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I soldi del calcio: ecco come investono i campioni italiani

Il calcio, considerando l’indotto, è fra le prime 10 industrie del paese. E i calciatori investono in diversi settori economici

L’INCHIESTA. Numerosi fra i più importanti giocatori di A si stanno scoprendo imprenditori. Dalla gestione dei diritti d’immagine all’immobiliare passando per moda e ristorazione, ma anche industria e azioni: è l’economia parallela del pallone. LE FOTO

di LORENZO LONGHI

Agenzie di assicurazioni o autosaloni, le attività predilette di un tempo, non vanno più di moda. Il mondo è cambiato, il calcio pure e così, da quando gli ingaggi dei top player e anche solo di giocatori di discreto livello sono lievitati in maniera esponenziale, la coscienza finanziaria e le ambizioni dei protagonisti del pallone si sono evolute. Ecco allora che numerosi calciatori si sono scoperti imprenditori, creando di fatto una sorta di economia parallela che parte dai guadagni di campo e viene deviata in una variegata serie di attività imprenditoriali. Sono proprio le tracce di questi investimenti che Sky.it ha voluto seguire.

Se qualche anno fa fece scalpore la maxi-truffa che vide diversi calciatori illustri, fra cui Sebastiano Rossi, Billy Costacurta, Massimo Carrera ma soprattutto Roberto Baggio, perdere tutti i denari investiti in una fantomatica miniera di marmo nero in Perù (anche a causa della avvenuta prescrizione dell’inchiesta, nel 2006), allo stato dell’arte i campioni del pallone scelgono principalmente due vie, più sicure, per fare fruttare ulteriormente i propri guadagni. Particolarmente comune è la scelta di creare società ad hoc per gestire in proprio i proventi derivati dai diritti di immagine, attività in cui di frequente compagine fra soci e amministratori figurano i congiunti degli atleti: imprese familiari, le si potrebbero quasi chiamare. Poi, il mattone. Sono numerosissimi infatti i calciatori soci, quando non proprietari, di società immobiliari che hanno nella propria disponibilità un portafoglio di beni immobili non indifferente: il business del mattone è infatti trasversale fra i protagonisti della nostra serie A. Anche perché, oltre a chi si occupa di compravendita di beni propri, c’è chi ha scelto anche di investire nell’edilizia, dunque iniziando dallo step precedente.

Meno impegnativi, anche se spesso più a rischio (cifre minori, ma per investimenti meno garantiti), fra i calciatori vanno forte anche i settori della moda e della gestione di locali di intrattenimento e ristorazione. Ecco allora la proprietà di discoteche e pub che aprono, chiudono e passano di mano, a seconda dei trend del momento, o magari gli investimenti più bucolici, quelli nella produzione di vino o, come nel caso di Gattuso, negli allevamenti ittici. C’è poi chi sceglie vie meno battute dai colleghi, ma proprio per questo degne di nota: il caso di Andrea Pirlo (che, figlio di industriali dell’acciaio, ha deciso di investire nell’industria siderurgica) è particolarmente interessante, ma anche le scelte di Buffon – azionista della storica Zucchi – e Kaladze, che ha aperto una holding finanziaria per facilitare gli investimenti nella sua Georgia, non fanno altro che confermare l’assunto di base.

Ecco dunque il sistema del pallone nostrano – che già di suo rappresenta una delle industrie a più alto fatturato del paese (l’ottava, se si considera anche l’indotto, stando ai dati del 2008) – finire inevitabilmente per foraggiare, con maggiore o minore successo, anche altri comparti economici. Perché, per dirla alla De Gregori, i calciatori oggi, dopo avere “appeso le scarpe a qualche tipo di muro”, non si accontentano di trovarsi a ridere dentro a un bar. Nel loro futuro, e nel loro presente, vi sono ruoli consiliari, cariche amministrative, quote sociali.

Economia: i soldi del calcio non sono italiani

Il calcio italiano è sicuramente uno dei settori di business più fiorenti nel nostro paese ma questo non vuol dire che sia proprio nello Stivale che girano più soldi. Lo rivela una recente ricerca sugli incassi legati al “pallone”.

I ricavi maggiori del calcio, nel continente europeo, sono legati al campionato inglese. Se poi si fa un’analisi in termini di fatturato, allora lo sguardo deve essere girato verso la realtà tedesca. Interessante, poi, la panoramica sul calcio spagnolo che ha visto gli incassi in calo per tutte le squadre tranne che per Real e Barça. Mentre, per quel che riguarda l’Italia, la ricerca dimostra che in Italia, la presenza imponente delle televisioni e gli stipendi molto elevati degli operatori calcistici, fanno diminuire il fatturato.

Il calcio dei ricchi, quindi, è quello che si fa in Inghilterra e in Germania. L’Italia ha perso il passo con i tempi per diversi motivi: in primo luogo perché sono in calo gli spettatori, poi perché gli stipendi, come abbiamo accennato sono troppo alti in rapporto alle entrate dovute ai diritti televisivi.

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Lo scettro di “campionato più bello del mondo” viene perso dall’Italia e passa ai campionati che hanno accolto maggiormente gli investimenti stranieri, per esempio quelli degli sceicchi arabi, interessati alla Ligue inglese.

Mes: quanti soldi ci ha messo l’Italia

Nel baillame di voci sui capitali che abbiamo versato al fondo salva-Stati, Panorama è andato a cercare le fonti ufficiali sui versamenti dei 19 Stati membri. E ha scoperto che.

«Il Mes dà i soldi degli italiani a Francia e Germania». «L’Italia ha versato al Mes 60 miliardi di euro». «Abbiamo pagato più degli altri». «120 miliardi degli italiani per salvare le banche tedesche». Sul Mes, il fondo salva-Stati sulla cui riforma si sta accapigliando la politica italiana, sono circolate le voci più disparate.

Per cercare di fare chiarezza su chi ha versato cosa (e su chi salva cosa), Panorama è andato a cercare le fonti ufficiali. E sul sito dello European Stability Mechanism ha trovato l’elenco dei capitali versati (e di quelli sottoscritti) dai 19 Stati membri all’organizzazione internazionale, attiva dal luglio 2020, che ha il compito di raccogliere fondi e sostenere i Paesi dell’area euro in caso di gravi difficoltà finanziarie.

Anzitutto, i soldi versati da Roma al Meccanismo europeo di stabilità sono poco più di 14 miliardi di euro (14.330.960.000 per la precisione), pari al 17,7839 per cento del totale di 80 e passa miliardi di euro (80.482.960.000 per la precisione). Questi 80 miliardi sono i capitali versati, cioè i finanziamenti effettivamente erogati da Roma al Mes che, sorto nel 2020 sul modello del Fondo monetario internazionale, rappresenta il primo tentativo organico di dotare l’eurozona di un meccanismo per affrontare le crisi.

Altro discorso sono i capitali sottoscritti, che complessivamente assommano a oltre 704 miliardi di euro. Un’ingente cifra che non è mai stata versata, né dall’Italia né da nessun altro Paese membro. Ma, come si legge in un documento del Parlamento europeo intitolato «The European Stability Mechanism: Main Features, Instruments and Accountability», quella cifra sottoscritta può essere «richiamata in qualsiasi momento, in caso di bisogno». Dei 704 miliardi di euro, la quota assegnata al nostro Paese supera i 125 miliardi di euro (125.340.600.000, per la precisione).

Sotto il profilo della stretta operatività, il Mes può «solo» contare sul capitale effettivamente versato. «Come per tutto il meccanismo europeo, anche per il Mes gli Stati membri contribuiscono con proporzionalità, in funzione della loro scala economica e demografica» spiega a Panorama Carlo Pelanda, docente di Economia all’Università Marconi di Roma.

La Germania è il primo contributore netto, con quasi 22 miliardi di euro di capitale versato (quasi il 27 per cento del totale), seguita dalla Francia (quasi 20,3 per cento). Con i suoi 14 e passa miliardi, il nostro Paese si trova dunque al terzo posto nella classifica dei 19 Paesi membri.

Ma è vero che il potere decisionale è in mano a Germania e Francia perché sono quelle che hanno messo più soldi? «Il Mes non è un organo comunitario, è un’organizzazione intergovernativa» risponde Pelanda. «Il punto di sostanza è che negli organismi comunitari ci sono forti principi di tutela degli Stati membri, nelle organizzazioni intergovernative sono invece meno forti. Ne deriva che, come per tutti i meccanismi intergovernativi, per il Mes valgono di più i rapporti di forza, a differenza dei meccanismi comunitari, dove valgono di più i rapporti di diritti».

Pelanda, che pur non definendosi euroscettico è molto critico verso il Mes, sottolinea un aspetto controverso. «Una delle condizioni per le erogazioni agli Stati da parte del Mes è che siano in regola con i parametri europei» spiega. «Poiché l’Italia non lo è, il paradosso è che potrebbe non accedere al prestiti. Certo, parliamo di scenari eventuali. E qui scatta l’ipotesi di violazione dell’articolo 47 della Costituzione, che tutela il risparmio in tutte le sue forme, e dell’articolo 11, secondo il quale l’Italia può cedere sovranità solo alla condizione di parità con altri Stati ». Ma queste obiezioni non dovevano essere sollevate già nel giugno 2020? «Ah. Questo non lo dica a me: io queste cose le dico da tempo. Lo chieda ai nostri politici» è la tagliente risposta di Pelanda.

Ancora più provocatoria l’ultima osservazione: «Ma più che parlare del Mes, noi italiani dovremmo parlare del fatto che non siamo capaci di ridurre il debito pubblico, pur avendo un patrimonio pubblico nazionale e locale, fatto di immobili, concessioni e partecipazioni, che io stimo fra i 700 e gli 800 miliardi di euro».

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