Google gigante della pubblicità mobile

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Google: gigante della pubblicità mobile

Chi investe in opzioni binarie ed ha intenzione di speculare magari con delle incursioni in borsa, deve tenere conto della vita di alcune aziende molto importanti, per esempio Google. Di recente l’azienda è finita sotto le grinfie dei giudici britannici ma resta padrona del mercato pubblicitario mobile.

Se si dovesse scegliere un protagonista della vita pubblicitaria digitale, la scelta cadrebbe senza ombra di dubbio su Google che è da considerare il re della pubblicità mobile mondiale. Tutto l’advertising rivolto ai “piccolissimi” schermi è monopolizzato dal gigante di Mountain View che ha una raccolta nel settore pari a 4,6 miliardi di dollari.

Questo vuol dire che Google detiene il 52% della pubblicità mobile. Se invece si cerca di capire quanto spazio occupa l’azienda nel settore della pubblicità online, si scopre che BigG ha il 33,2 per cento delle pubblicità. Subito dopo troviamo Facebook con il 5 per cento dell’adv e poi ancora Yahoo con il 3,1 per cento.

Insomma, sapendo che la pubblicità digitale, mobile e online, è stata il grosso neo di Facebook, è facile attribuire una posizione di rilievo a Google. Rilievo, ma bisognerebbe piuttosto parlare di monopolio. Soltanto nel 2020, per esempio, Google ha raccolto il 52% dei dollari spesi nelle inserzioni pubblicitarie che, trasformati in dollari, sono poco più di 4,4 miliardi.

Facebook e Google, i signori della pubblicità mobile

Il social network californiano triplicherà la sua quota di mercato nel settore dell’advertising in mobilità. Il primatista resta Google, anche se in crescita zero

In crescita esponenziale, la quota detenuta da Facebook sul mercato pubblicitario mobile dovrebbe triplicare entro la fine del 2020, dal 5,3 a quasi il 16 per cento in appena un anno . Le stime pubblicate dagli analisti di eMarketer hanno sorpreso gli stessi osservatori del mercato legato all’ advertising online, secondo cui il gigante di Menlo Park non avrebbe superato quota 12,9 per cento.

All’insegna delle connessioni in mobilità, Facebook ha già ottenuto circa il 40 per cento del suo intero fatturato dalle inserzioni pubblicitarie in-app , con un totale di 819 milioni di utenti connessi ogni mese tramite dispositivi iOS, Android o Windows Phone . All’inizio del 2020, la piattaforma californiana non era assolutamente in grado di monetizzare gli accessi mobile in termini di advertising .

Nonostante i ritmi impressionanti di crescita, il sito in blu resta dietro al colosso Google, che può contare – sempre secondo le stime pubblicate da eMarketer – su una quota (rimasta però stabile) del 53 per cento . L’azienda di Mountain View riesce a tenere botta grazie alle crescenti opportunità di monetizzazione pubblicitaria attraverso la sua piattaforma di video sharing YouTube.

Staccati di molti punti percentuali, il servizio di raccomandazione musicale Pandora (2,37 per cento del mercato) e Twitter (1,85 per cento). Gli analisti di eMarketer prevedono che il valore del segmento pubblicitario mobile crescerà dell’89 per cento a più di 16,6 miliardi di dollari entro la fine di quest’anno . Il fatturato di Google dovrebbe sfondare il tetto dei 38 miliardi di dollari dai 32 dello scorso anno. Quello di Facebook dovrebbe assestarsi sui 6,4 miliardi rispetto ai 4,3 del 2020.

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Repubblica.it Tecnologia

Google ha deciso di sconsigliare le tecniche alternative per installare le sue app su tutti i nuovi modelli smartphone di Huawei, venduti dopo il 16 maggio 2020. I terminali non sono certificati con Play Protect

Arriva Mate Xs, il pieghevole re dell’ecosistema Huawei

“Il 16 maggio 2020, il governo degli Stati Uniti ha inserito Huawei nell’elenco delle entità. Questa azione del governo proibisce a tutte le società statunitensi, incluso Google, di collaborare con Huawei”, ha scritto Ostrowski nella pagina della community di Android. “Ciò significa che a Google è vietato lavorare con Huawei su nuovi modelli di dispositivi o fornire app di Google tra cui Gmail, Maps, YouTube, Play Store e altri da precaricare o scaricare su questi dispositivi”.

In pratica il dirigente ha ribadito che tutti i nuovi modelli Huawei venduti dopo il 16 maggio 2020 (fra cui l’ultimo Mate 30 Pro), per ordine del Governo, sebbene dispongano del sistema operativo Android non possono accogliere le app di Google. Tutti gli altri terminali precedenti a questa data invece continueranno a disporre delle app, dei servizi e degli aggiornamenti software – almeno “finché sarà consentito”, come ha sottolineato il dirigente. Da ricordare infatti che ormai da tempo è in atto un braccio di ferro tra l’amministrazione Trump e il colosso cinese a causa di presunti rischi di cyber-spionaggio.

Una delle criticità emergenti è legata al fatto che alcuni possessori di smartphone Huawei stanno aggirando la restrizione sfruttando il cosiddetto “sideload”. Ovvero, tramite specifico software e portali alternativi al Play Store (il negozio ufficiale dove si reperiscono tutte le app, NdR.) è possibile installare tutte le app Google. Agendo così però si rischiano problemi di sicurezza poiché né Google né Huawei possono essere responsabili di queste applicazioni e della loro provenienza.

I nuovi smartphone Huawei infatti non godono della certificazione “Play Protect” e quindi non sono stati sottoposti “a una rigorosa revisione della sicurezza e a un processo di test di compatibilità, eseguito da Google, per garantire che i dati dell’utente e le informazioni sull’app siano protetti”. Insomma, gli utenti rischiano di installare app che apparentemente sono uguali a quelle di Google, ma in realtà potrebbero essere inaffidabili, alterate oppure anche manomesse a tal livello da “compromettere la sicurezza degli utenti”.

Tristan Ostrowski consiglia quindi di verificare la certificazione del proprio dispositivo. “Apri l’app Google Play Store sul tuo telefono Android, tocca “Menu” e cerca “Impostazioni”. Vedrai se il tuo dispositivo è certificato sotto la ‘certificazione Play Protect'”. Puoi saperne di più su android.com/certified”.

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